28 Ottobre 2016

L’arte murale messicana: Calavera Catrina

Cosa rappresentano i calaveras nell'arte messicana?

I calaveras sono i teschi legati alla tradizione funebre messicana. Essi nascono come prodotti dolciari consumati durante le celebrazioni del Día de los Muertos per poi evolversi col tempo in giocattoli, sculture e maschere da portare in processione.


L’esperienza della morte è vissuta in questa parte di mondo in modo allegro e giocoso fin dai tempi degli Aztechi, la morte assume un connotato positivo perché annunciatrice di una condizione migliore, celebrata in antichità con sacrifici volontari in onore della Dea della terra e della vita Coatlicue, rappresentata figurativamente con una maschera della morte. A conferma di ciò, i templi aztechi erano arricchiti da  sculture a forma di teschi.


La tradizione dei calaveras è stata inoltre influenzata, nell’ultimo secolo, dall’arte di José Guadalupe Posada, considerato da molti come il primo vignettista della pittura moderna, nonché precursore del filone artistico nato durante gli anni della Rivoluzione Messicana che annovera fra i suoi esponenti artisti del calibro di Orozco, Rivera e Siqueros. Le sue incisioni più famose sono appunto legate ai teschi, qui spogliati del loro carattere religioso per vestirne uno caricaturale, satirico ed addirittura politico, poiché ispirati alla vita borghese e alla dittatura. L’opera più famosa è la Calavera Catrina, che raffigura lo scheletro di una donna vestita con abiti che ricordano l’aristocrazia europea ottocentesca e con un grosso cappello di piume di struzzo in testa, espressione critica nei confronti di coloro che desiderano ardentemente emulare costumi ed abitudini delle classi sociali più agiate. La prima apparizione della Calavera Catrina su un periodico satirico risale al 1913.


Al di là dell’aspetto sarcastico, le illustrazioni di Posada vengono spesso associate al Día de los Muertos, poiché raffigurano i motivi tipici della cultura indigena messicana. La stessa Catrina (ispirata alla Dea azteca) viene raffigurata durante le celebrazioni funebri.


Nei primi decenni del Novecento il capitolo più significativo della storia artistica americana è rappresentato dal Muralismo messicano, un’originale esperienza di pittura civile e di ispirazione sociale nata e cresciuta sull’onda della rivoluzione zapatista. Consapevoli del momento epocale vissuto dal proprio paese, pittori di formazione democratica e progressista come Diego Rivera, David Alfaro Siqueiros e José Clemente Orozco si fanno promotori di un’arte dai forti contenuti politici e sociali, che si rivolge al popolo. La necessità di entrare in comunicazione con un pubblico più ampio possibile li induce a privilegiare la pittura murale, che applicano a spazi di destinazione pubblica quali strade, piazze scuole, ospedali, palazzi governativi, ecc..


E’ l’allora ministro dell’istruzione Vasconcelos che inserisce Rivera nel programma culturale del governo che, dopo dieci anni di guerra civile, è alla ricerca di una nuova forma di raffigurazione artistica. La pittura murale ha la capacità di trasporre l’ideologia e gli ideali umanistici sulle pareti ed è vista come uno strumento didattico.


Chi era Diego Rivera?


Artista e politico messicano, fu pittore, disegnatore, grafico, scultore e illustratore. Figura eclettica ed eccentrica, nasce l’8 dicembre 1886 a Guanajuato, frequenta lezioni d’arte presso l’Escuela Nacional de Bellas Artes e nel gennaio 1907 compie un viaggio alla volta dell’ Europa. Qui Diego studia l’arte antica (sarà la scoperta degli affreschi di Giotto a trasmettergli l’ispirazione per la pittura murale), apprende e sperimenta le correnti artistiche avanguardiste e vive a stretto contatto con gli artisti di spicco del momento. Esperienza, questa, che lo trasformerà profondamente, tanto che al rientro in Messico scrive: “Il ritorno a casa suscitò in me un giubilo estetico impossibile da descrivere. […] Era come se fossi rinato.” Subito dopo il rientro José Vasconcelos lo inserisce nel programma culturale del governo che vede nella pittura murale un nuovo e potente mezzo di comunicazione. Divenne una delle figure più importanti del movimento del Muralismo messicano. Rivera è conosciuto anche per aver sostenuto e sposato la talentuosa artista Frida Kahlo, di cui parleremo nel prossimo articolo, e per la loro turbolenta storia di tradimenti e d’amore.


Vorrei soffermarmi su un’opera legata al tema dei calaveras e in particolare della Calavera Catrina.


Nel 1947 l’artista si appresta a realizzare un grande murale, “Il Sogno di un pomeriggio d’estate nel parco Alameda”, destinato al foyer dell’elegante Hotel del Prado, di fronte al lato sud del parco Alameda, nel centro di Città del Messico. E’ l’ultimo dei grandi murali storici di Rivera e anche quello maggiormente autobiografico.

Nella parte centrale il giovane Diego è tenuto per mano dalla Calavera Catrina, una parodia della vanità creata dal famoso grafico José Guadalupe Posada, ritratto alla destra della donna Catrina. Posada fu uno dei padri artistici di Diego, il metodo narrativo ironico di questo geniale artista rappresentò senza dubbio un modello straordinario soprattutto per la pittura murale di Rivera. In quest’opera Catrina è anche allusione alla madre della terra azteca Coatlicue, spesso raffigurata con un teschio. Vicino al Diego bambino c’è Frida, la sua amata, qui rappresentata come madre, tiene in mano il simbolo cinese dello Yin e Yang, emblema per eccellenza dello spirito duale della mitologia preispanica. Una meravigliosa allegoria della vita e della morte.


I calaveras nella cultura europea

E’ un’immagine che è entrata a far parte del nostro linguaggio visivo da un po’ di tempo e non è sicuramente portatrice dell’originario significato. Come molte mode e riti è diventata altro, svuotandosi completamente della sua accezione religiosa, politica e celebrativa. I calaveras rappresentano per noi un’icona effimera legata alla moda, una maschera di Halloween, l’immagine per un tattoo di tendenza. Pochi conoscono il vero significato di questo simbolo, pregno di senso e di forte religiosità, ancestrale e primordiale quanto lo è l’uomo stesso.


di Elisa Martino – Curatrice d’arte