25 Novembre 2016

Artemisia Gentileschi - Artista e Simbolo delle Donne

Dalla serie - Piccole Grandi Storie di Artisti

Il 25 novembre ricorre la Giornata Internazionale contro la violenza sulle donne, istituita dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite.


Vorrei parlare di Artemisia Gentileschi, pittrice del XVII secolo, conosciuta più per la sua vicenda biografica che per il suo straordinario talento, dal quale è nato il famosissimo dipinto di Giuditta che decapita Oloferne.


Figlia del noto artista Orazio Gentileschi, nasce a Roma l’8 luglio 1593, fu stuprata da un amico del padre, Agostino Tassi, pittore paesaggista. Fu lo stesso Orazio a chiedere al Tassi di insegnare ad Artemisia la tecnica della prospettiva. Nonostante il padre venne subito a conoscenza dell’accaduto, la violenza fu tenuta nascosta e la cosa andò avanti per molto tempo. Il processo iniziò nel maggio del 1612 e Artemisia fu accusata di non aver subito violenza, ma di essere la sua amante e quindi consenziente. Il processo terminò con una lieve condanna del Tassi.


Artemisia non fu mai creduta.


Questo drammatico fatto, che si concluse con la prevedibile umiliazione di Artemisia, è documentato ed è spesso citato come caso simbolo delle violenze a cui sono state sottoposte per secoli le donne. La sua è la storia di chi ha subito violenza fisica e psicologica, stuprata e umiliata, sminuita come artista in quanto considerata meno lodevole degli uomini. In una famosa serie di lettere scambiatesi tra l’artista e il cardinale Antonio Ruffo, un committente, i due discutevano sui prezzi dei quadri e Artemisia accusava lui di sottovalutarla solo perché donna.


Si deve a Roberto Longhi il primo serio tentativo di analizzare la produzione artistica di Artemisia, nel 1916, all’interno del vastissimo fenomeno del caravaggismo. Longhi afferma: “L’unica donna in Italia che abbia mai saputo che cosa sia pittura e colore, e impasto, e simili essenzialità”. Nonostante ciò il suo passato oscuro e la fama di donna licenziosa non l’abbandonarono mai. E’ stato l’episodio della violenza a prevalere sull’attività della pittrice, ancora oggi considerata un vero e proprio simbolo del femminismo.


Parleremo oggi dell’Artemisia artista, talentuosa e precoce, sappiamo che inizia a disegnare giovanissima e che all’età di sedici anni dipinge già con grande abilità.


Fu la potenza dell’opera del Caravaggio a segnare profondamente la vena artistica della Gentileschi, già influenzata dall’arte del padre e della cerchia di artisti che frequentavano assiduamente casa sua. Abbiamo già detto che sarà Longhi a inserirla nell’ambito dei caravaggisti, dove per caravaggismo si intende quella corrente pittorica nata tra il XVI e il XVII secolo che si ispira allo stile pittorico di Michelangelo Merisi, detto il Caravaggio, di cui parleremo nel prossimo articolo.


Vorrei analizzare da vicino l’opera “Giuditta che decapita Oloferne” del 1612-13. La Giuditta di Napoli è la prima versione di un quadro analogo che si trova agli Uffizi e venne realizzata poco dopo la conclusione del processo per stupro. Il lavoro da cui trasse spunto fu la Giuditta di Caravaggio (1598-1599).


L’episodio di Giuditta e Oloferne rappresentato da Artemisia Gentileschi, spesso affrontato nel mondo dell’arte, è tratto dal “Libro di Giuditta”, testo contenuto nella Bibbia cristiana cattolica. L’eroina biblica è colei che libera la città di Betulia dall’assedio del generale assiro Oloferne.


Giuditta e Oloferne (Giuditta 13,1-10)



“Rimase solo Giuditta nella tenda e Oloferne buttato sul divano, ubriaco fradicio […] Avvicinatasi alla colonna del letto che era dalla parte del capo di Oloferne, ne staccò la scimitarra di lui; poi, accostatasi al letto, afferrò la testa di lui per la chioma e disse: “Dammi forza, Signore Dio d’Israele, in questo momento”. E con tutta la forza di cui era capace lo colpì due volte al collo e gli staccò la testa […] Poco dopo uscì e consegnò la testa di Oloferne alla sua ancella…”



Qui Artemisia realizza una scena solenne, ricca di pathos e di violenza, una rappresentazione intrisa di teatralità e di passione. I personaggi emergono dall’oscurità, elemento riconducibile alla poetica del Caravaggio, come da una quinta teatrale.


Le donne hanno la meglio sull’universo maschile. C’è un chiaro riferimento al vissuto dell’artista che in quest’opera si “vendica” dai torti subiti e celebra la vittoria del femmineo. Le due donne cooperano nell’atto di uccidere Oloferne, il tema della solidarietà femminile è spesso affrontato dall’artista e in quest’opera emerge con forza. Nella finzione della tela Artemisia-Giuditta non soccombe, non subisce la violenza, al contrario reagisce e ne esce vittoriosa.


Nella finzione della tela Artemisia non viene stuprata.


di Elisa Martino – Curatrice d’arte