16 Ottobre 2016

Intervista ad Erwan Bouroullec al Vitra Design Museum

Dalla mostra "Urban Reveries" all'importanza della memoria negli oggetti.

La settimana scorsa siamo andati in Svizzera, al Vitra Design Museum a Basilea, per l’apertura della mostra  “Urban Reveries” dei fratelli BouroullecLa mostra ha luogo alla Zaha Hadid Fire Station, e presenta concetti di sviluppo urbano, con un vasto studio di possibili soluzioni di sviluppo per città che potrebbero essere immaginati in contesti molto diversi. Proprio come un grande libro aperto, le soluzioni proposte sono presentate attraverso una piacevole passeggiata tra modelli ed animazioni. La mostra è progettata per essere coinvolgente e rivelare al visitatore scenari diversi, ogni modello è esibito come fosse il capitolo di una fiction urbana. Dopo una prima introduzione pubblica della mostra alla press preview, Ronan ed Erwan si separano per le interviste con i giornalisti, quindi abbiamo la possibilità di parlare in privato con Erwan Bouroullec, in una delle stanze della Vitra Fire Station, le sue maniere gentili e l’interesse per i problemi del design del nostro tempo portano la conversazione attraverso una varietà di tematiche e punti di vista interessanti sul ruolo della progettazione oggi.


La vostra mostra  “Urban Reveries” è una serie di soluzioni per spazi pubblici ideali, che possano portare uno tocco magico alle vite di chi vive nelle aree urbane. Considerando la velocità di crescita di alcune grandi città (ex. Londra, Parigi), lei pensa che le idee qui in mostra possano prendere parte attiva nel futuro sviluppo di quest’ultime o sono più che altro legate ad un tipo di città utopica?


Questa mostra è stata inaugurata per la prima volta in aprile, e da allora siamo stati contattati più volte da varie  città e persone interessate a queste idee, quindi penso che questo progetto sia reale, e non così difficile da mettere in pratica. Alcune proposte sono più complesse di altre, ma in generale c’è un buon equilibrio tra la complessità delle forme e la semplicità delle tecnologie da utilizzare per far si che diventino realtà, queste ultime sono di facile accesso per tutti. L’intenzione è di mantenere una manifattura semplice e l’aspetto dell’intera struttura relativamente nuovo ed inaspettato.


Oggi, durante l’introduzione alla mostra lei ha affermato che il vostro lavoro varia su diverse discipline creative, dal gioiello, all’arredo, ai video e alla grafica, la differenza con l’architettura è che in quei casi non si ha un vero vincolo dal quale iniziare, come per esempio potrebbe essere un sito urbano. Solitamente i vostri progetti si contaminano l’un l’atro oppure provate a lavorare con gruppi di designer specializzati a seconda del progetto?


Abbiamo tantissima contaminazione nel nostro studio, certamente Ronan ed io siamo sempre lì a portare il supporto della nostra esperienza su ogni progetto, ma le persone che lavorano con noi sono per la maggior parte molto giovani, e quindi non esperti in nessun campo specifico. Per esempio “Urban Reveries” è composta da molti modelli fatti da una ragazza giovane che non ha una grande esperienza tecnica, ma grazie a questo noi scopriamo nuovi modi di fare, nuovi sapori. Non siamo esperti e non vogliamo esserlo, e questo non è da considerarsi non professionale, è un linguaggio in contrasto con la specializzazione dell’industria. Quest’ultima è importante in molti modi, senza non potremmo avere cose come le lampadine e l’elettricità, ma passo dopo passo l’industria è diventata così specializzata che il pubblico che non ne fa parte non può capirne i processi. In passato si poteva ancora spiegare il processo di realizzazione di molte cose ad un bambino, ma se ora compri un giocattolo, la sua manifattura non ha nulla che si possa capire facilmente a prima vista. Piano piano stiamo entrando in un mondo che non è esattamente finto, ma che non si può leggere. Quindi quando non si è specializzati in qualche metodo, si ha la possibilità di imparare di nuovo, di tornare alle basi. Per esempio ora stiamo lavorando molto sul tessile per l’arredamento, abbiamo una macchina da cucire in studio e realizziamo molti piccoli prototipi, non siamo specializzati nel cucito e facciamo molti punti semplici, e questo è un modo di tornare indietro a cose che tutti sanno, e che possono fare. Per concludere direi che no, noi non lavoriamo in modo specializzato, ma siamo esperti nel produrre uno specifico linguaggio.


Questo significa che lavorate per la maggior parte attraverso un processo manuale?


No, noi sviluppiamo il progetto con metodi differenti in modo parallelo, e questo è fondamentale, disegnamo, realizziamo semplici bozze, ma anche modelli di alto livello con l’uso dei software. Abbiamo ingegneri che fanno modelli 3D, ma li accostiamo sempre a disegni manuali. Sa perché? Perché le persone capiscono il sapore del progetto attraverso il disegno e ricevono l’informazione tecnica dal 3D, se si manda solo il 3D, si rischi che le altre persone perdano il significato ed il senso di quello che stanno andando a costruire.



Voi avete lavorato con i più famosi marchi di arredamento, ed alcuni dei vostri progetti sono anche in mostra nei più rinomati musei di arte e design del mondo. Considerando questo punto della vostra carriera, creereste una collezione per una linea di arredamento low cost, come per esempio Tom Dixon sta facendo per IKEA?


Non sono sicuro, ho molti pro e contro, credo che un oggetto di design faccia fatica ad affrontare una identità non permanente, specialmente nel settore dell’arredamento. Se si guarda alla storia del design la maggiori parte delle cose sono state costruite per durare per sempre, ed ora se si guarda ad IKEA è l’opposto. In un modo il lato migliore di questo marchio è che anche uno studente può arredare qualsiasi spazio in cui si trovi a vivere, ma quando se ne va lascia tutto alle spalle. Questo genera molte domande, qual è il significato? È positivo il non aver bisogno di rimanere con le proprie cose perché spesso non se ne ha la possibilità? In un modo questi oggetti low cost hanno l’aspetto di qualcosa che debba durare per sempre, quindi ci sono molti quesiti interessanti attorno a questo tema. Mi piacerebbe trovare il linguaggio giusto per il low cost, sempre stando lontano da quei marchi che copiano i pezzi originali come succede nella moda. Penso che Muji lavori bene, vende un buon compresso tra qualità e prezzo.


In un’intervista avete detto che la sfida per la produzione di massa nel futuro è creare bellezza, un mondo nuovo e diverso che può competere con l’artigianalità ad un prezzo inferiore. Lei pensa che la stampa 3D può riempire questo vuoto nella bellezza legata alla produzione di massa?


No, penso l’opposto, la bellezza reale viene dalla re-identificazione delle tecniche artigianali, quelle che appartengono al genere umano, tecnologie come la stampa 3D realizzano forme senza alcuna logica, non connettono con le persone, non portano alcuna memoria, e questa è una cosa importante. Quando eri piccolo ad esempio, vedevi il legno nel pavimento della tua cameretta, negli utensili dei tuoi nonni, ed ora quando vedi questo materiale quei ricordi istantaneamente tornano alla mente, c’è molto pensiero positivo dietro a questo, ed è una cosa buona. Non sopporto quando la stampa 3D viene usata per fare delle forme strane. Dall’altro lato riconosco l’utilità e l’innovazione apportata da questa tecnologia ai campi della robotica e biomedico, ma stampare in 3D una sedia per me non ha alcune senso. Stiamo diventando troppo virtuali, e necessitiamo di contro bilanciare questa cosa, il virtuale è un problema ad un certo punto perché non possiamo leggere chiaramente attraverso di esso, niente ha fondamento oggi, è impossibile conoscere la verità, neanche dai giornali. Di conseguenza il design di prodotto necessita di tornare alle basi, io miro a fare oggetti che non siano finti. Oggi se guardi una bottiglia di profumo la troverai finta, in plastica a effetto oro, pubblicizzata da Sharon Stone alla tv, questo non riflette la realtà. Io apprezzo il lato emozionale, veritiero e genuino delle tecniche di manifattura e dei materiali.