26 Aprile 2016

Intervista ad Aldo Cibic allo showroom Paola C.

Secondo giorno di Fuorisalone, il caldo di metà aprile a Milano si fa già sentire, il tempo stringe e dobbiamo correre per essere allo showroom di Paola C. alle 11.00, dove incontreremo Aldo Cibic, un pilastro storico del design italiano. Conoscere qualcuno prima su un libro e poi di persona è qualcosa che porta la tua curiosità a mille. Finalmente arriviamo, Aldo Cibic si mostra sorridente e disponibile, aperto alla conversazione, all’esplorazione di concetti ed opinioni sulla realtà progettuale di oggi e di ieri. Una disposizione d’animo che ti convince a non smettere di amare quello che ami, a fare quello che fai.


A cosa si ispira l’ultima serie Suggestions?

Suggestions è un’antologica di nuovi pezzi di Paola C. che prende in considerazione il piacere dell’uso delle cose. Le parole chiave attorno a questa collezione sono: gioia, quotidianità e valore. Qui gli oggetti sono esposti a gruppi di funzioni: caraffa, coppe, zuppiere, servizio tè con vassoio.. sono tutti raggruppati a tema.


Come nasce e si sviluppa storicamente la collaborazione con Paola C.?

Abbiamo cominciato insieme ufficialmente nel ’99. Io avevo disegnato dei pezzi qualche anno prima, Paola decide che le piacciono e che vuole metterli in produzione, quindi parte con la realizzazione delle prime ceramiche, poi siamo passati ai vetri, all’inizio del 2000, e successivamente siamo passati al metallo. Ora collaboriamo con diversi designer, tra cui mio nipote Matteo Cibic, e Jamie Hayon, ma abbiamo avuto un lungo periodo di collaborazione con le scuole, come il Royal College of Art di Londra, e l’università Tonji di Hong Kong. Io insegnavo in quest’ultima e quindi abbiamo organizzato la prima mostra di designer cinesi a Milano nel 2003/2004. Inoltre ci sono state produzioni anche con la scuola di Bolzano e Fabrica. Due anni fa invece è cominciato il ciclo di collezioni con personaggi noti proprio come Hayon, la sua è una collezione che ha avuto grande successo, sia il centrotavola Colosseum che i vasi Titus sono tra i pezzi più venduti.


Secondo lei a cosa è dovuto il successo dei vostri prodotti?

Premetto che all’inizio,nel ’92-’93, mi sono autoprodotto, con una storia di oggetti dal nome standard, che poi è stata la matrice di Paola C. Si trattava di oggetti per uso quotidiano, caratterizzati dal piacere dell’uso, io all’epoca li avevo progettati secondo il mio stile di vita. Non so cucinare, però mi piaceva avere una situazione elegante a tavola, allora c’erano queste lastre che sono andate da poco fuori produzione, che erano in basso rilievo perchè mi piaceva avere il pane tostato, ed appoggiandolo lì caldo non faceva condensa. Avevo anche fatto le coppe alte come insalatiere, e ci sono ancora, perchè non sopportavo che nei piatti bassi l’insalata finisse spesso sulla tovaglia. Da lì sono poi nati i pezzi più iconici come la caraffa sferica (Piggy ndr.), che poi è venuta fuori per gli esperti del vino essere il miglio decanter, visto che quella bocca particolare mantiene il gusto alla perfezione. Poi ci sono i pezzi più ludici, quelli che preferisco, come Dino e Little Dino.

Per cui la forza dei nostri prodotti è sempre stata legata all’idea del calore combinato ad un uso sofisticato.


Anche la tendenza verso un design dal carattere più Mediterraneo ci caratterizza, oggi siamo invasi da un design nordico abbastanza freddo, la ricerca di Paola in un modo e la mia in un altro è quella di essere molto più morbidi, pastosi, e seducenti. Per me c’è il bisogno del recupero di un’ italianità che va a riprendere De Chirico, Carrà, la Metafisica, quei segni che si, vengono dal periodo fascista, ma che hanno una solidità.


Le migliori periferie di Italia sono quelle delle casette costruite a quel tempo, più solide. Noi siamo più quello, se vuoi legarti al minimalismo nordico, o vivi in quel modo lì clinico, di perfezione paranoica, oppure non può funzionare. Il minimalismo non accetta imperfezioni, tradotto nel fare, negli oggetti e nel design, bisogna considerare la ricerca di un piacere, di un rapporto con l’oggetto. Non voglio mistificare, ma c’è l’idea di corrispondere a quello che culturalmente siamo, all’identità, alla sensorialità.


Secondo lei è una caratteristica che abbiamo perso rispetto al passato?

Io sono cresciuto con Sottsass, lo scandalo della Memphis era la ricerca sensorialità, lo scandalo era una cosa che usciva da questa idea di razionalismo, ma alla fine è bello riuscire tradurre in oggetti cose che ti evocano qualcosa. Io amo molto colori, e amo il concetto godere di quello che hai, che non è una cosa scontata, nè uno status, ma è una protesi della tua vita. Il mio intento è quello di riuscire a far passare un sentimento di piacere. Non voglio tirare acqua nel mio mulino, ma Philippe Starck con lo spremiagrumi (Juicy Salif ndr) ha realizzato un oggetto che metti in mostra ma che non usi, la caraffa tonda (Piggy ndr) invece è una gioia metterla a tavola. In sintesi quello che ti fa godere è il fare qualcosa che ti rende felice, e questa felicità poi la vive qualcun altro senza sapere neanche chi sei tu che l’hai realizzata. Io ho appena compiuto sessant’anni e ho conosciuto Sottsass quando aveva la mia età, e a quel tempo diceva ”Voglio diventare ancora più radicale di quello che sono” , proprio per dire: “Fai quello che sei per aver sempre ragione”. È fatica, è un impegno dir di no a certe cose, però se tu fai quello che sei, sei sempre tranquillo di aver fatto il giusto; perchè quell’onestà passa sempre, il resto, le parole, le scopri subito se non sono vere.